BEF AL WELLBEING HAPPINESS FORUM. L’AUTOINGANNO DEL TEMPO LIBERATO E IL PARADOSSO DELLA CRONOPATIA

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Perché, nonostante oggi si parli così tanto di flessibilità e work-life balance, le persone sembrano essere più stanche e affannate che mai?

In un’epoca in cui modelli di lavoro più flessibili, smart working e discussioni sulla settimana corta promettono di restituire spazio alla vita privata, emerge un nuovo fenomeno sociale: l’autoinganno del tempo liberato. Riduciamo o rendiamo più flessibile l’orario di lavoro, ma il tempo libero non viene dedicato al riposo, bensì saturato di impegni, hobby performativi e attività iper-strutturate creando così una seconda agenda lavorativa. Questo processo prende il nome di cronopatia, l’ossessione patologica di dover sfruttare in modo produttivo ogni singolo minuto della giornata.

Al Wellbeing Happiness Forum, in programma il 21 e il 22 ottobre al Centro Congressi Stella Polare di Fiera Milano, l’Osservatorio BenEssere Felicità, presenterà i dettagli del BEF Index 2026, la ricerca condotta in collaborazione con Ipsos Doxa con il supporto di DAY su un campione di lavoratori italiani tra i 18 e i 74 anni. Tra le differenti dimensioni analizzate dal report, iI focus di questa riflessione si concentra su una delle evidenze più critiche e urgenti emerse dai dati: la frattura tra capacità prestazionale e benessere psicofisico.

“Investire nel benessere delle risorse umane – precisa Stefano Marchese, vice presidente EFI – Ecosistema Formazione Italia – non rappresenta un valore intangibile o un semplice principio etico, ma una leva strategica e fondamentale in ottica di talent retention e sviluppo del business. Garantire la rigenerazione delle energie personali e promuovere un equilibrio tra vita professionale e vita privata significa alimentare direttamente la produttività, l’innovazione e la crescita dell’organizzazione. È proprio per promuovere questo cambio di paradigma e mettere al centro le persone che, per il secondo anno consecutivo, organizziamo il Wellbeing Happiness Forum, un’occasione di confronto per esplorare nuove pratiche di leadership e delineare insieme il futuro del lavoro”. 

I dati del BEF Index 2026: l’evidenza del paradosso. Sebbene l’indice globale del benessere lavorativo (BEF Working Index) si attesti su una media di 50,6, è la spaccatura tra le sue dimensioni interne a fotografare la trappola in cui sono caduti i lavoratori moderni: lo PsyCap (Capitale Psicologico) raggiunge un valore di 64,7, mentre il Wellbeingsprofonda al dato più critico dell’intera indagine, fermandosi a 41,7.

“Prima di tutto dobbiamo premettere che wellbeing è un termine che usiamo nelle organizzazioni in modo riduttivo in genere”, spiega Elga Corricelli, co-founder del BEF e responsabile delle Relazioni Istituzionali. “Il wellbeing è una strategia organizzativa che raccoglie unisce e armonizza molti aspetti del lavoro tra cui i carichi di lavoro, le relazioni, la life integration. Il problema attuale è che abbiamo aumentato la flessibilità senza necessariamente diminuire la pressione. In molti casi abbiamo reso il lavoro più flessibile nello spazio e nel tempo, ma anche più permeabile tant’è che entra più facilmente nelle nostre serate, nei weekend e nei nostri pensieri. Il dato più interessante del BEF 2026 è proprio il contrasto tra PsyCap, che raggiunge 64,7, e Wellbeing, fermo a 41,7. Questo ci dice qualcosa di importante: non siamo necessariamente davanti a lavoratori fragili o incapaci di affrontare le difficoltà. Le persone possiedono risorse psicologiche, resilienza e capacità di adattamento. Il problema è che queste risorse vengono continuamente consumate senza avere lo spazio per ricaricarle. Il 29% dei lavoratori dichiara di avere troppo lavoro o di temere di non rispettare le scadenze; il 26% afferma che le pressioni lavorative interferiscono con la vita personale o familiare e un altro 26% percepisce un impatto negativo sul proprio benessere fisico o emotivo. Il vero tema, quindi, non è più soltanto quante ore lavoriamo, ma quanto lavoro continuiamo a portarci dentro quando teoricamente abbiamo smesso di lavorare. Per dare un termine unico quando la nostra human energy si esaurisce senza potersi ricaricare. Impostiamo i processi sul tempo ma la variabile energia è altrettanto importante”. 

L’autoinganno del tempo liberato e l’invasione della performance. La ricerca mette in luce come la logica della performance è passata dal lavoro alla vita privata. Non si fa più semplicemente una passeggiata, occorre fare diecimila passi. Non si corre per il solo piacere di farlo, si misurano chilometri, frequenza cardiaca e prestazioni. Non si legge un libro, si fissa l’obiettivo di quanti libri leggere in un anno. Persino il riposo rischia di diventare un progetto di ottimizzazione.

Nel BEF 2026, quando si chiede cosa significhi benessere, dopo serenità ed equilibrio psicofisico compare proprio “avere tempo per sé, tempo libero”, indicato dal 31% dei lavoratori. Il punto, però, non è solo possedere quel tempo, ma sentirsi autorizzati a non renderlo produttivo. La ricerca sperimentale offre un’indicazione chiarissima: le persone che considerano il tempo libero improduttivo o uno spreco tendono a goderselo meno e riportano livelli inferiori di benessere. Si genera così il paradosso di avere un’ora libera e, contemporaneamente, sentirsi in colpa perché non la si sta “usando bene”. Si continua a usare il tempo come unità di misura lavorando pochissimo sull’energia umana, ma il tempo senza energia è solo fatica. 

La “cronopatia” e la necessità del tempo vuoto. Questo fenomeno sfocia nella cronopatia, intesa non come diagnosi medica, ma come metafora di una relazione sempre più patologica con il tempo.

“La riconosciamo da alcuni comportamenti molto semplici”, dice Elisabetta Dallavalle, co-founder e Presidente del BEF: “proviamo disagio quando non abbiamo nulla da fare; riempiamo immediatamente cinque minuti di attesa prendendo lo smartphone; trasformiamo il weekend in una successione di appuntamenti; ci sentiamo in colpa quando riposiamo; valutiamo una giornata sulla base di quante cose abbiamo completato. Il problema è che abbiamo associato profondamente il nostro valore personale alla nostra utilità. Quindi il tempo vuoto diventa psicologicamente minaccioso: se non sto facendo qualcosa, producendo qualcosa o migliorando qualcosa, che valore ha questo momento? Dobbiamo invece recuperare un principio apparentemente controintuitivo: il tempo non utilizzato non è necessariamente tempo sprecato. È spesso proprio in quello spazio che avvengono recupero psicologico, elaborazione, creatività e capacità di prendere distanza dai problemi. La ricerca sulla psychological detachment mostra da anni che riuscire a disconnettersi mentalmente dal lavoro durante il tempo non lavorativo è importante per il recupero e il benessere. Studi longitudinali più recenti confermano che questa capacità di distacco è strettamente collegata al benessere dei lavoratori.”

Digitalizzazione e assenza di confini. Un ruolo determinante è giocato dall’impatto tecnologico e dalla connessione costante. La tecnologia non rappresenta il problema in sé, quanto piuttosto l’assenza di confini nel suo utilizzo. Il BEF 2026 mostra che solamente il 36% degli intervistati ritiene che nella propria azienda venga promosso un utilizzo sano e bilanciato della tecnologia e appena il 25% ritiene che si parli adeguatamente di benessere digitale. Gli strumenti sono stati introdotti molto più velocemente di quanto si siano sviluppate le regole culturali per utilizzarli.

La connessione costante crea il fenomeno per cui si può essere fisicamente a casa e contemporaneamente ancora psicologicamente al lavoro: è sufficiente vedere un’email, una notifica o un messaggio per riattivare cognitivamente l’attività professionale. La letteratura scientifica evidenzia come l’utilizzo professionale degli smartphone e la richiesta implicita o esplicita di essere disponibili fuori orario siano associati a una minore capacità di distacco psicologico. Di conseguenza, anche quantità elevate di tempo libero perdono capacità rigenerativa se continuamente interrotte. I lavoratori stessi hanno compreso l’urgenza del problema: nel BEF il 42% indica il bisogno di formazione sulla gestione e ottimizzazione del tempo e il 35% chiede formazione sul Digital Detox, inclusa la disconnessione negli orari non lavorativi.

La proposta BEF: dalla gestione del tempo alla gestione dell’energia. Per spezzare questo circolo vizioso serve un cambio di paradigma radicale, passare dalla gestione del tempo alla gestione dell’energia umana. Grazie alla ricerca scientifica, realizzata in collaborazione con Ipsos DOXA e con il supporto di DAY, il BEF misura le 6 dimensioni human per alimentare produttività e benessere nelle organizzazioni.

“Per anni abbiamo chiesto alle persone di diventare più efficienti, organizzare meglio l’agenda, utilizzare meglio la tecnologia, lavorare più velocemente. Ma se ogni aumento di efficienza viene semplicemente riempito con altre attività, non abbiamo creato benessere: abbiamo soltanto aumentato la densità della giornata. Abbiamo portato work fatigue e burn-out nelle organizzazioni, alimentato disengagement e incrementato il turnover. Per questo la risposta non può essere soltanto individuale. Dire a una persona stressata di organizzarsi meglio mentre continua a ricevere troppe priorità, riunioni, messaggi e scadenze significa trasferire sull’individuo un problema che spesso è organizzativo”, spiega il Prof. Sandro Formica, co-founder e Direttore Scientifico del BEF.

La proposta BEF è lavorare contemporaneamente su tre livelli:

  1. Le persone devono recuperare la capacità di considerare il recupero, il tempo libero e persino il tempo vuoto come risorse, non come colpe. 
  2. I leader devono imparare a governare carico, priorità, aspettative di disponibilità e ritmo del lavoro. 
  3. Le organizzazioni devono intervenire sui processi: numero di riunioni, scadenze, email, notifiche, diritto alla disconnessione, uso dell’AI e della tecnologia, modalità con cui vengono definiti gli obiettivi.

La vera domanda per un’azienda non dovrebbe più essere soltanto: “quanto tempo possiamo far risparmiare alle persone grazie alla tecnologia?”. Dovrebbe essere: “che cosa faremo del tempo che abbiamo liberato, come contribuiremo alla crescita innovativa dei nostri collaboratori e collaboratrici, come alimenteremo sistemi generativi e unici?”. Se la risposta è riempirlo immediatamente con altro lavoro, avremo tecnologie sempre più veloci e persone sempre più stanche. Se invece una parte di quel guadagno viene trasformata in capacità di recupero, concentrazione, creatività e qualità delle relazioni, allora la tecnologia diventa davvero un fattore di progresso umano. Il futuro del lavoro non si gioca quindi sulla capacità di occupare ogni minuto. Si gioca sulla capacità di distinguere il tempo che produce risultati dal tempo che rigenera la persona che dovrà produrli domani con la migliore energia possibile.

La partecipazione di BEF e l’intervento di Elga Corricelli al Wellbeing Happiness Forum si propongono dunque come un momento di svolta per aziende e individui, fornendo una fotografia completa sullo stato del benessere in Italia e offrendo spunti strategici per superare il concetto tradizionale di work-life balance verso una gestione più profonda e sostenibile della felicità e delle risorse umane.

Informazioni su Ricerca Felicità (BEF)

Ricerca Felicità è un’associazione/osservatorio impegnato nello studio e nella promozione del benessere, della felicità organizzativa e del capitale psicologico nei contesti lavorativi e sociali, avvalendosi di strumenti psicometrici validati e ricerche di livello nazionale e internazionale.

Wellbeing Happiness Forum è il primo evento in Italia interamente dedicato al benessere, alla felicità e al welfare nel mondo del lavoro. Organizzato da Ecosistema Formazione Italia e OMM Business, esplora nuovi modelli organizzativi, pratiche di leadership consapevole, purpose, mindfulness e uso sano della tecnologia. Attraverso talk, workshop ed esperienze immersive, mette al centro le persone per costruire un futuro più umano e sostenibile.

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