I big data possono davvero cambiare il mondo? L’intervista a Emmanuel Letouzé

I big data possono davvero cambiare il mondo? L’intervista a Emmanuel Letouzé

Cofounder di Data Pop Alliance, il direttore Letouzé studia l’intelligenza artificiale per migliorare le condizioni dei Paesi del Sud.

Cambiare il mondo grazie ai “big data” è possibile? Forse. Ci sta provando Emmanuel Letouzé, ricercatore, direttore e cofondatore di “Data-Pop Alliance”, un’organizzazione non-profit nata nel 2013 assieme al collega Patrick Vinck e altri gruppi di lavoro del MIT Media Lab e dell’Harvard Humanitarian Initiative and Overseas Development Institute. Inizialmente finanziata dalla Fondazione Rockefeller, Data Pop Alliance si occupa di indagare su come possono essere utilizzati i dati e la tecnologia per promuovere lo sviluppo e la democrazia, in particolare nel Sud del Mondo. Presente, in particolar modo, negli USA, in Messico e in Senegal, l’organizzazione si prefigge, dunque, l’obiettivo di evitare che siano soltanto le grandi aziende, grazie ai “big data”, a trarre profitto, sorvegliare e polarizzare a livello politico i paesi meridionali. Scopriamo in che modo assieme al suo cofounder. 

Emmanuel Letouzé, come cambiare il mondo con l’IA

A raccontare come questa organizzazione potrebbe riuscire a cambiare lo scenario a cui oggi siamo abituati è lo stesso cofondatore Letouzé: “Da economista esperto nello sviluppo e nella ricerca demografica, considero Data Pop Alliance parte integrante del mio lavoro – spiega il direttore – Data Pop Alliance opera seguendo tre pilastri principali: iniziamo con la ricerca e la valutazione, diagnosticando le realtà locali e i problemi umani tramite i dati e l’intelligenza artificiale; mobilitiamo, successivamente, capacità, comunità e idee per promuovere società più alfabetizzate ed eque attraverso il confronto, la sensibilizzazione e percorsi di formazione, e, infine, ci muoviamo nel settore della consulenza strategica e della progettazione delle politiche trasformando i sistemi e i processi che sono alla base delle nostre società e dei paesi che maggiormente raccolgono i dati, ovvero quelli più ricchi. Lavoriamo in particolar modo su una serie di aree tematiche prioritarie che includono le sfere dell’uguaglianza di genere; della costruzione di società sicure ed eque; delle trasformazioni digitali etiche e degli algoritmi aperti. Facciamo affidamento su un team di circa 30 persone collocate in 15 paesi, nonché su una rete di affiliati di ricerca e collaboratori accuratamente selezionati tra le migliori menti che si possano trovare a livello globale. I nostri clienti e partner sono stati, principalmente, le agenzie delle Nazioni Unite, le agenzie governative (uffici statistici, ministeri della pianificazione…), le ONG, ecc., dislocate in 30 paesi differenti”.

Data Pop Alliance spiegata da Letouzé

Ma da cosa nasce questa esigenza di creare un nuovo equilibrio globale basato sulla conoscenza dei dati? Anche a questa domanda è lo stesso ricercatore a rispondere: «Non è un mistero che i Paesi del Nord del mondo siano quelli che hanno maggiormente sotto controllo i dati che immettiamo nella rete. Si pensi a quante volte utilizziamo Google Maps, Amazon, Netflix…siamo circondati da sistemi di intelligenza artificiale. Presto, l’assistenza sanitaria farà affidamento sui sistemi di intelligenza artificiale per anticipare le malattie; dal cancro alla demenza, e sospetto che le nostre auto autonome saranno comuni nelle città durante il corso delle nostre vite. Ma potrebbero anche esserci esigenze differenti che utilizzano i big data, come la richiesta di un prestito, di un lavoro, di un visto, ecc… Oggi ci stiamo muovendo su sistemi di intelligenza artificiale “stretti“, ovvero addestrati per seguire certi compiti specifici, come suggerire un percorso, un prodotto. E proprio in questo senso si parla di “machine learning”, ovvero la macchina impara sulla base delle scelte che tu fai, elaborando dati di input e di output attraverso migliaia, o addirittura milioni, di tentativi ed errori. Questa logica si basa sul fatto che quello che si è imparato dal passato sia il miglior predittore del futuro. Ma secondo questa logica, l’essere umano non cambierebbe mai, perché sceglierebbe sempre le stesse cose: guarderebbe sempre quel genere di film; farebbe sempre un determinato percorso in macchina… Se, da un lato, tutta questa immensa mole di dati porta un profitto economico alle aziende, con pubblicità e campagne mirate, da un altro, l’intelligenza artificiale può essere usata per scopi che hanno fini benevoli come, ad esempio, il monitoraggio della povertà, la previsione della corruzione, il miglioramento della catena di approvvigionamento. La tecnologia è “un abilitatore dell’intento e delle capacità umane”, e sempre più influisce anche sui nostri intenti».

Concetti e principi che il direttore ha ripreso anche nel suo incontro al CICAP Fest 2021 che, tra gli altri, ha visto la partnership istituzionale di Fondazione Umberto Veronesi. La stessa Fondazione approfondirà parte di questi concetti in chiave scientifica, connettendoli alla telemedicina, durante la 13esima Conferenza Mondiale Science for peace and Health.

Educare al digitale: una priorità per la generazione Z

«A volte chiamo la generazione di bambini nati intorno al 2010 la “generazione dei dati“, nel senso che sono nati con la “rivoluzione dei dati” e sono la prima generazione di umani le cui intere vite, per alcuni, saranno registrate digitalmente – afferma il direttore – Sono abituati ad avere a che fare con l’intelligenza artificiale; ad usare i social media, e possono essere inquadrati come potenziali vittime o come modellatori e artefici del futuro. Sono loro a decidere, in generale, sulla natura e sull’entità dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulle persone e sul pianeta. E a me piacerebbe vedere una trasformazione radicale resa possibile dal digitale. Per questo, sono convinto che sia essenziale che questi ragazzi siano istruiti e “alfabetizzati sui dati“; per essere all’altezza dei compiti e delle sfide future che li attendono. Se vogliamo che l’intelligenza artificiale porti avanti gli obiettivi di sviluppo umano, come i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile contenuti nell’Agenda delle Nazioni Unite, sarà necessario che questa nuova generazione sia consapevole delle “promesse e delle insidie” dell’IA, dei rischi e degli effetti dell’ampliamento della disuguaglianza (nel reddito, nelle opportunità..) e della polarizzazione politica. Credo che, quindi, questa spinta debba partire proprio dalla scuola, con lezioni di coding, intelligenza artificiale, dati, statistica, sviluppo e democrazia, al fine di promuovere uno spirito collaborativo tra i più giovani. Oggi abbiamo tra le mani strumenti importantissimi per migliorare il futuro. Vorrei infondere questo tipo di spirito di collaborazione nei più giovani: una generazione in cui ripongo fiducia perché vedo che molti di loro hanno grande consapevolezza del mondo in cui sono nati”.

Intelligenza artificiale: quali sfide ci attendono nel futuro?

I dati e l’intelligenza artificiale possono contribuire a favorire lo sviluppo umano e la democrazia liberale e partecipativa, ridurre la povertà, la disuguaglianza, la violenza di genere, la deforestazione, l’inquinamento, la polarizzazione politica, e tanti altri grandi problemi che oggi sono all’ordine del giorno, oppure possono fare il contrario. “Le chiavi per cambiare il mondo sono in mano a chi, oggi, ha quelle chiavi – conclude il direttore Letouzé – Al momento, ritengo che coloro che detengono queste chiavi potrebbero non avere un incentivo forte al cambiamento; possono impegnarsi marginalmente nel raggiungimento di obiettivi nel breve-medio periodo; che è meglio del contrario, ovviamente, ma non sarà sufficiente. A fine giornata, quello che conta è la quota di valore e i profitti. C’è, quindi, bisogno di avere sempre più persone che stiano al passo coi tempi; che siano consapevoli, interessate e attive. Studiare e parlare di questi argomenti può essere utile a coinvolgere altre persone. Il cambiamento avviene lentamente e il mondo è complesso, ma abbiamo bisogno di una direzione e di avvicinare questi strumenti alle comunità locali. Per fare questo, è necessaria una profonda trasformazione in chi è coinvolto nella progettazione e nell’utilizzo di questi potenti strumenti. Per molti di noi, privilegiati, significherà perdere potere e privilegiSiamo pronti?”.

Digiqole ad

davide

Articoli che potrebbero interessarti